IL PENSIERO DI RENE' GIRARD


Renè Girard, pensatore francese trapiantato negli Stati Uniti con interessi multidisciplinari, si caratterizza proprio per il suo spaziare dalla critica letteraria all’antropologia, dalla psicologia alla filosofia. Saggista fortemente originale e anticonformista, le sue idee suscitano continuamente discussioni e si attirano strali polemici, a causa del rifiuto del credo postmoderno e antitradizionale rappresentato dalla Psicanalisi freudiana, dal Marxismo, dal Decostruzionismo nietzschiano e dallo strutturalismo.
La critica mossa da Girard prende le mosse dall’incapacità della prospettiva postmoderna di captare la voce inascoltata della realtà. La metafora indica efficacemente quell’apertura interrogante al mondo della vita e delle sue misteriose e ineffabili regole, una voce che Girard afferma di voler cercare di trascrivere, nonostante sia coperta e quasi soffocata dal coro unanime di un pensiero omologato e omologante, che obbedisce alle logiche irrazionali e alle mode tiranniche del nostro tempo.
Per l’intellettuale francese il fine del discorso antropologico va rintracciato in una ricerca inquietante delle origini capace di invertire la rotta segnata da Levi-Strauss, tendente ad addomesticare in qualche modo il pensiero selvaggio, radicandolo nel mito inteso come creazione poetica avulsa dal reale, invenzione pura priva di possibili agganci con fatti veramente accaduti. Invece Girard pone a fondamento della mitologia possibili eventi reali, nella fattispecie episodi di linciaggio o sacrificio rituale a danno di vittime poi divinizzate. A proposito, Girard fa l’esempio dei racconti medioevali di linciaggi o progrom, massacri assurdi giustificati ricorrendo alla consueta accusa agli ebrei di essere untori della peste o di avvelenare le acque.
Il concetto di capro espiatorio è centrale nell’antropologia di Renè Girard, ossessivamente legato a questa figura, al punto da essere definito da Roberto Calasso nella sua opera La rovina di Kasch “l’ultimo dei porcospini”. Calasso definisce  con il curioso termine zoologico di porcospini quei pensatori ispidi e spinosi che rimangono in qualche modo ostaggi di una sola idea. In realtà questa definizione non coglie in ogni caso tutta la complessità della prospettiva antropologica proposta dal presunto porcospino-Girard, il cui teorema della vittima rappresenta soltanto il punto di partenza di un itinerario che svolge ulteriori e suggestivi percorsi intorno all’uomo e alla sua specificità di animale sociale.
La girardiana “teoria dei miti arcaici e moderni” tende anche a riabilitare molti importanti aspetti della cultura cristiana, presentati comunque in maniera “imparziale”, con argomenti accettabili anche da un punto di vista laico.
E’ sulla base di un’autentica sensibilità evangelica che Girard ha il coraggio (o l’imprudenza, a seconda dei punti di vista) di demolire dialetticamente l’impianto filosofico della Genealogia della morale di Friedrich Nietzsche. Nelle sue opere il grande studioso francese smaschera il carattere violento  della concezione dionisiaca celebrata dal filosofo tedesco, e critica l’assimilazione tra Cristo e le varie incarnazioni pagane del dio-vittima, dallo stesso Dioniso ad Attis-Adone, etc… Infatti nella prospettiva cristiana, afferma Girard, la vittima sacra non è accettata in quanto vittima, come nelle antiche religioni, ma se ne denuncia l’uccisione come un delitto esecrabile. Tale apologia del punto di vista cristiano può suggerire un atteggiamento militante da parte dell’Autore. Niente di più falso! Paradossalmente il cattolico Girard dimostra di essere spesso più scientifico dello strutturalista laico Lévi-Strauss, in quanto porta avanti una sorprendente tesi neo-positivista o “sociologista” secondo cui le diverse mitologie non sarebbero del tutto narrazioni fantastiche né sovrastrutture mitopoietiche di una metafisica allo stato originario, ma momenti fortemente ritualizzati di violenza collettiva eseguita ai danni di un capro espiatorio, in seguito trasformato in uno spirito o in una divinità. Pur sostenendo che il fatto di assumere un determinato credo non può e non deve in alcun modo influire sull’elaborazione di determinate teorie, nel leggere le suggestive e geniali opere dell’Autore in discorso è impossibile tuttavia non rilevare il background scopertamente e profondamente metafisico che trapela dalle brillanti intuizioni di questo poliedrico pensatore-scrittore, schieratosi fieramente (ma a tratti in maniera forse un po’ troppo riduttiva ed unilaterale) contro quel differenzialismo neo-nietzscheano che permea la cultura e la società postmoderna.
Della temperie postmoderna Renè Girard stigmatizza la frenesia del nuovo a tutti i costi, la volontà distruttiva di fare piazza pulita con la tradizione, la quale  volontà metterebbe in pericolo i fondamenti del pensiero e della conoscenza, a scapito della ripetizione e del desiderio mimetico, due concetti che simbioticamente costituirebbero la molla del comportamento umana. La psicologia girardiana si basa sul ribaltamento del carattere sostanzialmente negativo attribuito da Freud agli elementi imitativi, per es. nel caso della coazione a ripetere, dal padre della psicanalisi collegata con l’istinto di morte, o Thànatos, più che con l’Eros, o istinto sessuale, istinto che nel contesto freudiano comprende pure gli aspetti pulsionali-vitali della psiche umana. 
La teoria mimetica di Girard è un paradigma operativo che egli applica ai vari ambiti del sapere, e che gli serve per fornire un esauriente schema ermeneutico capace di rendere ragione dei fenomeni del mito, della religione e della letteratura. Alla base di tutta questa teoria vi è la convinzione che l’uomo imiti più di quanto normalmente si pensi, e che la sua condotta sia ispirata non al proposito di differenziarsi rispetto al gruppo etnico o sociale di appartenenza, ma proprio di conformarsi ad esso.  Alla base di questa teoria  c’è il concetto della natura mimetica del desiderio. L’uomo è fondamentalmente un imitatore, che assorbe i comportamenti, le categorie mentali e gli umori di chi gli sta accanto.    Ovviamente l’imitazione di cui parla Girard non è una semplice scopiazzatura, una supina reiterazione degli atti e delle idee dei nostri modelli, amici, familiari o punti di riferimento ideale, bensì rappresenta un fenomeno eminentemente creativo. In questo senso, la creatività va collegata al dominio della ripetizione e non all’innovazione, giudicata negativamente a causa del suo carattere innaturale, di artificio. Queste osservazioni Girard le svolge per la prima volta nel primo grande capolavoro girardiano, Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), in cui, invece di porre in evidenza l’originalità dei principali romanzieri, ne enfatizza al contrario gli elementi comuni, correlati alle dinamiche imitative del desiderio mimetico. Desiderio che costituisce la prima regola, per quanto implicita, del codice di comportamento umano, quella voce inascoltata che richiede di essere riconosciuta e decifrata, per poter così proiettare una diversa e più limpida immagine della realtà…
 
Di Domenico Turco – Tutti i diritti riservati @

Fonte: Mondo 3 (www.mondo3.it)

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