S. Vaiana: INTRODUZIONE A DOMENICO TURCO
Ripropongo
qui di seguito l’ intervento di Salvatore Vaiana alla presentazione del libro
IL MONDO ETERNO di Domenico Turco, Canicattì, Palazzo Stella, 9 Marzo 2007.
Fonte: Mondo 3 (www.mondo3.it)
Fonte: Mondo 3 (www.mondo3.it)
Premessa
Questa breve biografia del
poeta-filosofo Domenico Turco, elaborata lungo il filo degli interventi critici
sulle sue raccolte di poesia, tende a individuare in esse quei concetti che
saranno sviluppati in una prospettiva nuova nell’ultima opera “Il mondo
eterno”. Sono i seguenti concetti chiave presenti nelle pagine di Corrado Di
Pietro, Vittoriano Esposito, Marilla Battilana, Ghanshyam Singh, Diego
Guadagnino e Pasquale Di Stasio: metafisica, ermeneutica, esoterismo, tempo,
conoscenza, storia, salvezza, cristianesimo.
Se ne deduce che l’ultima
opera “Il mondo eterno” non è il prodotto di estemporanee e frettolose
costruzioni filosofiche, ma il frutto di tre lustri di profonde meditazioni e
di intensi studi.
Domenico Turco è nato a
Canicattì (Agrigento) il 9 agosto 1976. All’età di otto anni si ammala di
distrofia muscolare. A undici anni comincia a scrivere i primi versi. Una
straordinaria armonia familiare e la grande sensibilità dei genitori gli
consentono di proseguire gli studi e di poter pubblicare la sua prima opera
poetica.
Ermeneutica
dei testi poetici
Il percorso intellettuale di
Domenico Turco inizia nel 1994, quando pubblica con la Venilia Editrice, la
raccolta di poesie “Sottovoce”, presentata dal critico Corrado Di Pietro il
quale, osando un parallelismo fra Rimbaud e il giovane Turco, scrive di una
«“maledizione” metafisica» riferita alle passioni e sensazioni che pervadono i
testi dei due poeti. Nell’opera sono presenti dei «riferimenti alla morte» che
però, precisa l’autore, «non derivano da una concezione pessimistica della
realtà, ma scaturiscono da una continua divagazione sul tema del tempo». (E sul
tema del tempo Domenico ritornerà nel suo primo saggio filosofico affrontando
«la concezione ciclica del tempo peculiare del pensiero delle origini»; un tema
affrontato, ricordiamo, dal grande storico delle religioni Mircea Elide ne “Il
mito dell’eterno ritorno”). A muovere i «pensieri» del poeta c’è «una
preoccupazione prevalentemente filosofica» scrive Di Pietro. Lo sviluppo del
suo pensiero e della sua poetica confermerà, come vedremo, l’intuizione del
critico.
Nel 1995 Lucio Regazzo include
la poesia “Morale” di Domenico nel suo lavoro “Adulti che tacciono”, pubblicato
sul “Journal of the society for Existential Analysis”. Inoltre, nello stesso
anno, alcune sue poesie sono tradotte in sloveno dalla scrittrice Jolka Milic e
pubblicate sulla rivista culturale “Vitrum” di Lubiana.
Nella seconda raccolta di
poesie, “Numi del sortilegio non mi dite”, pubblicata dalla Venilia Editrice
nel 1996, il critico Vitaliano Esposito evidenzia la corrispondenza di pensiero
fra Turco ed Eliot che risiede nei comuni «interessi metafisici». Tema
dominante della raccolta è ancora il «Tempo». Egli avverte nel profondo
dell’anima del poeta «una tensione d’ordine metafisico». «La minaccia del
“Nulla eterno”, di foscoliana memoria» aggiunge, «lo accompagna come un’insidia
segreta, ma non lo abbandona l’ansia di un possibile riscatto». (Riscatto che
profeticamente avverrà con la imponente costruzione di un Mondo Eterno:
«Abbiamo perso di vista il cielo per dominare meglio la terra, - dirà nel
saggio che qui stiamo presentando - ma alla fine in molti sembrano essersi
stancati anche di questo dominio, preferendo rifugiarsi nell’ultimo mito alla
moda, quel nichilismo integrale quale religione del Nulla eterno che non è mai
stato così in auge come adesso»). Il critico conclude la sua presentazione
dicendo che Turco è «un poeta vero, un poeta di razza, destinato a far parlare
di sé in futuro».
Nel 1999 Domenico si laurea in
Filosofia, con lode, all’Università di Palermo discutendo la tesi
“L’ermeneutica e la questione del testo filosofico”, un tema questo ripreso in
“Il mondo eterno”. In essa tiene a precisare di essere «da sempre in disaccordo
con chi intende separare in compartimenti stagni filosofia e letteratura, anzi
convintissimo della necessità di un dialogo tra queste due esperienze
fondamentali della realtà umana». (Domenico svilupperà questa tematica filosofica inserendo la
cosiddetta «rivoluzione ermeneutica»
«“sulla rotta” della Tradizione», cioè teorizzando la sua rivoluzione
spirituale).
La grandezza del poeta è
riconosciuta da due autorevoli personalità della cultura europea, Marilla
Battilana, poetessa e americanista, e Ghanshyam Singh, in quel grande poema che
è “I limiti e l’immenso”, pubblicato dalla Era Nova – Bancheri Editrice nel
2000.
La Battilana individua
nell’opera «squarci di una filosofia che a volte sconfina in intuizioni
metafisiche, esoteriche». L’americanista mette in rilievo l’«analisi insieme
lirica e visionaria» di “Voci dal deserto”, titolo della quarta parte
dell’opera, «imperniata su due dottrine soteriologiche: il culto
orfico-pitagorico e la religione cristiana». Il tema centrale della parte è
«l’esigenza di salvezza universale, scontata a priori la credenza
nell’immortalità dell’anima».
(Anche questi temi verranno ripresi in una
prospettiva nuova nel saggio filosofico. Qui il filosofo canicattinese prende
le distanze da una spiritualità esoterica elitaria «rivolta a pochi adepti e
non a tutti» per prospettare una spiritualità «per tutti e non per circuiti o
gruppi alquanto ristretti». Aperto a tutti è il Cristianesimo essoterico, «la
Chiesa di Pietro», il cui principio dell’amore universale è rivolto «alla
comunità dei fedeli». Esiste anche un Cristianesimo esoterico, «la Chiesa
dell’evangelista Giovanni», «trasmesso a coloro che realizzano nella loro vita
interiore il messaggio evangelico». La tradizionalità del Cristianesimo,
conclude l’autore, è «parte viva, integrante e fondamentale del Mondo della
Tradizione).
Ritornando a “I limiti e
l’immenso”, nella postfazione dell’opera Singh riconosce al canicattinese
intelligenza poetica e critica, e scorge nella sua opera «un pensiero fatto
poesia» o «una poesia fatta pensiero»; gli riconosce anche, nonostante gli echi
di Ezra Pound ed Thomas Eliot, un’«incontestabile individualità» poetica.
Nel 2001 i versi del poeta di
Canicattì vengono inseriti nell’antologia Poeti dal mondo per Giacomo Leopardi
pubblicata dal prestigioso Centro Nazionale di Studi Leopardiani in occasione
del bicentenario della nascita del poeta di Recanati.
Nel 2003 pubblica “Acque
lustrali”, «un titolo dal vago sapore iniziatico» scrive nella prefazione Diego
Guadagnino, che definisce a ragione Domenico un «genio poetico e filosofico» e
mette in rilievo da un lato «la sua fertile e congeniale vocazione metafisica»,
dall’altro «un interesse, quello per la storia, che […] non solo non
contraddice la sua più fertile e congeniale vocazione metafisica ma […] sembra
addirittura che in essa trovi forza e ragione». (Il rapporto storia-metafisica
è, come metteremo in evidenza, un altro dei temi cruciali della originale
filosofia di Turco). Sempre in quest’opera, Pasquale Di Stasio posa
l’attenzione sulla poesia “Di là dai simulacri” che tratta «il tema altissimo
della necessità per l’uomo di superare le apparenze della realtà per approdare
alla vera conoscenza». (Anche quest’ultimo tema sarà presente e decisivo nella speculazione turchiana.
Metafisica
della storia
Forte di questo retroterra
filosofico, alla fine del 2006 Domenico Turco pubblica con la Elvetica Edizioni
il suo primo e robusto saggio filosofico, “Il mondo eterno”.
In esso l’autore delinea una
originale metafisica «rivoluzionaria» - solo in apparenza «reazionaria», tiene
a precisare l’autore - in un dialogo serrato con il pensiero di due illustri
maestri del tradizionalismo novecentesco, Renè Guènon e Julius Evola, e con le
filosofie esistenzialista, nichilista ed ermeneutica. Essa si basa su una
«Verità perenne», cioè su una «Verità una e sola» e sulle sue «leggi eterne».
Egli propugna un ritorno ai
valori della Tradizione nella prospettiva di «un’evoluzione reale
dell’umanità». Il fine è uscire dal Kali-yuga, «metafora dell’oscurarsi della
luce divina nell’anima del mondo attuale», per entrare nel Satya-yuga, la nuova
età dell’oro che porterà alla fine della «religione del Dio Denaro» e quindi
alla «liberazione dell’uomo».
Si delinea in questo saggio
una «concezione mitica e metafisica della storia»; una storia intesa come
«Scienza dello Spirito». In questa fase della storia Turco individua «un
conflitto tra due modelli esistenziali alternativi»: quello presente -
influenzato dal «neopositivismo scientista», dal «pensiero debole», dal
«nichilismo», dalla «new age» e da tanti altri «falsi miti del soggettivismo
postmoderno» - e quello ispirato ai valori della Tradizione. Quest’ultimo
modello non implica «anacronistici ritorni indietro», una «marcia indietro
sull’autostrada della storia per tornare [..] a un nuovo medioevo». «Lungo la
traiettoria ascendente della storia», prefigura con ottimismo il filosofo,
«l’uomo tornerà a se stesso e alla sua spiritualità, in un momento successivo
all’attuale crisi nichilistica, che pur sembrando inarrestabile, dovrà un
giorno tramontare ed essere superata». Ci sembra che con la fine di quel
conflitto il filosofo adombri anche una fine della storia - per me remota
- e l’ingresso in un mondo eterno privo
di conflitti.
La metafisica di Turco sembra
inoltre assumere sfumature messianiche: «siamo in attesa di una trasformazione
totale» dice, un’attesa fiduciosa nell’avvento di mutamenti risolutivi,
un’attesa dell’«l’alba eterna dei nuovi cieli e della nuova terra».
La prospettiva del filosofo –
l’«ultima utopia» – è quella di un nuovo
umanesimo fondato sul socratico «conosci te stesso»: affinché questo
cambiamento epocale possa realizzarsi, precisa il nostro filosofo, è necessario
«un percorso di cambiamento dentro di noi», l’«autorealizzazione dell’io»,
l’«autorealizzazione esistenziale». Questo percorso di cambiamento individuale
deve basarsi su una profonda spiritualità.
Ma purtroppo, precisa il
Nostro, «molti confondono l’esperienza spirituale con l’atteggiamento
devozionistico come modalità inautentica di vivere la fede»:
«Il devozionismo è una forma
di idolatria derivante da una degenerazione parossistica della devozione, della
pietas religiosa. Ma un culto puramente esteriore vale zero, se non è
accompagnato da una profonda spiritualità interiore e intimamente vissuta, scadendo
spessissimo in routine, monotona sequela di osservanze fini a se stesse, che a
lungo andare fanno smarrire rovinosamente il significato autentico
dell’esperienza di fede.
La spiritualità deve essere
alimentata dalla salda volontà di percorrere un cammino spirituale radicato su
una genuina presa di coscienza esistenziale e morale».
È accaduto però - è doveroso e
opportuno ricordarlo nella nostra Canicattì - che chi ha combattuto, con le
armi della cultura, della spiritualità, della fede genuina, contro il
«materialismo religioso», contro le «devozioni materiali», è stato inquisito e
messo in pensione dalle alte gerarchie della Chiesa cattolica. Ci riferiamo al
canicattinese monsignor Angelo Ficarra, vescovo di Patti, declassato ad
arcivescovo di Leontopoli di Augustamnica perché, scrisse Leonardo Sciascia, in
partibus infidelium. Il devozionismo se non è accompagnato «da un profondo
sentimento di pietà interiore» è deleterio, scrisse monsignor Ficarra: «Molti
cristiani perdono di vista ogni pura idealità e danno un’impronta utilitaria
anche a tutte le pratiche religiose. Dinanzi a tutte queste miserie, l’anima
rievoca mestamente le parole di Gesù alla donna di Samaria: “Iddio è spirito, e
bisogna adorarlo in spirito e verità”». (A. Ficarra, Le devozioni materiali,
1990, p. 64).
La metafisica di Turco si pone
«al di fuori delle diverse ideologie» e va al di là dei concetti, superati, di
destra e sinistra, di socialismo e liberalismo; e, inoltre, ritiene di non
essere «incompatibile con l’attuale era postmoderna» «tecnologicamente
avanzata».
Dopo la crisi delle terribili
ideologie del Novecento e nella nuova era di una globalizzazione che ci si
augura tollerante e, volendo usare un’espressione di Domenico, «libera dalle
pastoie dell’integralismo, del dogmatismo, del confessionalismo», dovremmo
meditare di più sui risvolti che potrebbe avere una nuova visione del mondo
fondata su una «Verità» assoluta, fuori dalla quale evidentemente non può
esserci spazio per verità altre, o, per quanto mi riguarda, per una ricerca
della verità che presumo infinita.
Con questo invito, termino il
mio intervento esprimendo gratitudine a Domenico per i versi profondi che ci ha
regalato nei suoi primi quattro lavori e per quest’ultimo saggio che, al di là
della condivisibilità o meno, è stato un grande stimolo alla riflessione e al
confronto libero delle idee.
Grazie ancora, Domenico!
Commenti
Posta un commento