I LIMITI E L'IMMENSO (2000)
Il presente libro non può essere definito come una semplice
raccolta di poesie, sebbene ciascuna di esse sia atta a suscitare interesse e
piacere estetico in qualità di composizione a sé stante. La prima particolarità
che colpisce ne I limiti e l’immenso
è infatti la sostanziale organicità insieme all’ordinamento dei testi.
Procedimento antipoetico? In realtà una strutturazione era quanto mai
necessaria proprio perché i momenti apollinei sono rari in questa scrittura che
privilegia invece –ma certo non per atto di volontà dell’autore –l’aspetto
dionisiaco. Occorreva un ben formato contenitore per l’incandescenza
immaginativa di cui Domenico Turco riempie queste pagine. Il libro risulta così
suddiviso in quattro parti: 1. Vita di cristallo, 2. L’aurea zona, 3. Angelo
infuriato, 4.Voci dal deserto. Ogni sezione contiene diverse liriche collegate
da caratteristiche comuni o analogie cospicue dal punto di vista formale e
tematico.
Vita di cristallo
costituisce collegamento con la raccolta di liriche precedente, Numi del sortilegio, non mi dite..., di
cui riprende alcuni temi modificandone tuttavia la trattazione in senso più
complesso e approfondendone i fondamenti. Ne L’aurea zona è una letterarietà mitopoietica a presiedere: la
figura e la vicenda del vate Orfeo divengono nucleo generativo a tendenza
universalizzante per quanto concerne il destino del poeta, e abbiamo altresì molteplici
passi di ‘poesia sulla poesia’, sulla natura dell’ispirazione o squarci di una
filosofia che a volte sconfina in intuizioni metafisiche, esoteriche, spesso
suggerendo una metalettura. Il leggendario Orfeo finisce per rappresentare ogni
intellettuale dotato di creatività e teso ad esplicarla nonostante gli ostacoli
frapposti da una società incurante o abbagliata da splendori di superficie;
ogni pensatore non disposto ad accettare verità preconcette, oppressioni
dogmatiche. L’abbondante citazionismo di Turco include opportunamente
Wittgenstein, quando invita a “tacere su ciò di cui non si può parlare” (Fra
nascita e tramonto) : per questi eroi del nostro tempo Domenico scrive
rammemorando l’antico vate che visse fino in fondo il rischio della propria
vocazione; ossia, oggi si direbbe virando con l’autore in direzione
postmoderna, il proprio intenso problematismo, la divaricazione fra ragione e
fede, fra ideale libertario e ideologie di varia marca imposte dall’esterno.
La terza parte Angelo
infuriato traghetta i germi inesauribili della rivoluzione romantica
attraverso modernismo e postmodernismo aumentando il distacco del poeta dalla
propria materia per quanto glielo consente uno spirito appassionato, che
tuttavia tiene in conto l’insegnamento eliotiano de La terra desolata e di Canto
d’amore di J. A. Prufrock, o quello poundiano di Hugh Selwyn Mauberley. Al fine di una progressiva decantazione dei
legami con I’autobiografismo –rischio e risorsa di ogni temperamento lirico– e
ad evitare un coinvolgimento troppo scoperto negli stessi temi prescelti dalla
libertà ispirativa, Turco crea una serie di poemi brevi dedicati a grandi
protagonisti dell’immaginario intellettuale occidentale : da Telemakos a
Ofelia, da Sottile l’Alchimista (ripreso dall’elisabettiano Ben Jonson) a
Bonaparte... Non mancano componimenti di tipo più personale, sempre improntati
a una visione elevata, si direbbe sub specie aeternitatis, della condizione
umana, propria e altrui, ancòra a esorcizzare egocentrismo e solipsismo.
In Voci dal deserto
il poeta cattura l’attenzione dei lettori con una analisi insieme lirica e
visionaria imperniata su due dottrine soteriologiche: il culto
orfico¬–pitagorico e la religione cristiana. L’ incipit ci mostra Dante stesso
che rammenta la sua esperienza di veggente–viaggiatore dell’aldilà. Argomento
centrale è l’esigenza di salvezza universale, scontata a priori la credenza
nell’immortalità dell’anima. L’accostamento delle due dottrine si fonda
sull’analogia tra Dioniso-Zagreus e Cristo, in sé non nuova alla letteratura,
qui sviluppata fino all’identificazione; che si fa anche correlazione oggettiva
con la figura de Il profeta di Kahlil Gibran. Svariatissime le fonti
filosofiche, storiche, letterarie, i sacri testi che assistono l’autore in
quest’ultima e davvero impegnativa sezione. La quale corre, caso mai, il
rischio di certa oscurità o ambiguità, forse inevitabile dato il soggetto
confinante con l’inconoscibile e l’ineffabile, affrontato con slancio da
veggente-poeta, il che significa con ulteriore esaltazione di sentimento ed
espressione fino a toni a volte esagitati.
Mi scrive, precisando, il giovanissimo poeta: “I limiti e
l’immenso non vanno intesi come una contrapposizione ma come un abbinamento :
et... et”. Infatti promana da singole composizioni, da particolari passi di
questa silloge (o poemetto, poema, visti il suo spessore non solo materiale e
la coerenza interna delle quattro parti che lo compongono), ma poi da tutto
l’insieme, una volontà costante di superamento del limite in una aspirazione
all’appagamento –della sete epistemica, e affettiva– che trapassa con sicurezza
dal personale all’universale. Così come ci si aspetta da un lirico della
scrittura –che nasconde tuttavia, vedremo più avanti, pure una vena di
attualissima epicità– il poeta esprime, sì, una propria interiorità ma dando
voce al contempo ad alcune delle istanze, o gioie, sofferenze, proteste,
perfino civili proteste, inerenti all‘essenza dell’umanità intera.
La volontà di esistere, di dire, di fare è trabocchevole
nelle pagine di Domenico Turco, al punto da costituire, oggi, un esempio di
vitalità trascinante. Non solo per suoi coetanei eventualmente impigliati in
difficoltà pratiche e/o remore interiori (spesso le due cose vanno insieme) ma
per chiunque, in qualunque stagione della vita, possa essere tentato di trovare
la propria sorte un po’ troppo amara. Il giovane Domenico non ama si parli di
suoi condizionamenti e spine esistenziali, ma almeno un cenno al suo problema,
all’impedimento fisico che la natura gli ha assegnato forse per
controbilanciare doni straordinari di mente, di sensibilità, di spirito, credo
sia inizialmente necessario. Perché questo aiuta il lettore a spiegarsi almeno
in parte l’intensità la fastosità la profondità di tante pagine che seguono.
Che lasciano un retrogusto come di vino forte e speziato in virtù del
lussureggiare di immagini similitudini metonimie metafore, nonché degli altri
mezzi retorici usati con spontaneo dinamismo; una sensazione di sazietà, ma di
sazietà buona, che porta non al rifiuto, bensì al rincrescimento che la voce si
taccia dopo l’ultimo verso del libro.
Uso espressioni arrischiate, osserverà qualcuno, implicando
diffidenza. In effetti le uso. E chi abbia avuto occasione di avvicinarmi o per
la mia attività di docenza o attraverso miei scritti critici, sa che non sono
facile all’elogio. In realtà non occorre molto coraggio per invitare alla
lettura de I limiti e l’immenso : opera che mi appare da un lato degno
coronamento delle precedenti raccolte, Sottovoce
(1944) e Numi del sortilegio, non mi
dite... (1996), dall’altro stupefacente balzo in avanti rispetto a quelle
per la corposità stessa del libro, la sua sostanziosità lirica, lo spessore
culturale. Tali e tanti sono i riferimenti, più o meno scoperti, ad altri
autori da Turco eletti a maestri e guide che in verità il lavoro richiederebbe,
per essere rettamente compreso, un corredo di note. Ma ci si augura che
l’intuizione dei lettori supplisca dove la memoria non soccorra.
Si osserverà pure, probabilmente, come io abbia ripetuto
questi lessemi, lirico, lirica, già più volte dall’inizio: per completezza
occorrerebbe adottare un aggettivo composito e cioè lirico-filosofico. La
filosofia essendo anche specifica linea di studi scelta dall’autore a livello
universitario, l’accostamento non sorprenderebbe : si tratta comunque, ed ecco
il motivo della mia insistenza sulla poeticità pura del testo, di concettosità
per lo più assai ben assorbita e incorporata, via via, dalla fluidità
espressiva del dettato.
I lettori, che mi auguro numerosi, si renderanno presto
conto di trovarsi di fronte a un altissimo grado di sublimazione nella poesia.
Domenico è abbastanza chiaro su questo punto, sia per quanto riguarda la sua
propria fruizione di testi altrui, sia in rapporto alla personale dedizione
all’arte, sia come proposta della poesia quale pegno di salvezza collettiva.
Afferma ad esempio in Splendore e morte del giovane Ortis : “e le parole ci
incantano come / fossimo serpenti al suono di un flauto”; mentre ne La voce dei
venti si definisce “nunzio di un’arte spoglia e delicata”. E spiega “Amo solo la
Bellezza che mi rapisce, e le visioni della mente” . . . “Il mio spirito
vacilla / per il tempo dei sogni e delle eterne stagioni, / per quel vento che
suscita miraggi / e rammenta grandi speculazioni”. In Gnosis: oltre la sfera asserisce per sé e per tutti “Ricordarsi
l’antico oro è cosa positiva, / ricordarsi del fantastico, vedere ancora / che
gli unicorni attraversano declivi d’erba, / . . . / e che il cantare delle sirene marine / fa
sbagliare la rotta alle guide”. E’ positivo per tutti e per chiunque : per non
affondare nella banalità o peggio nella cieca sofferenza, per rendere
sopportabile la vita, e per purificarla...
Una delle caratteristiche di questo giovane autore è il
mirare istintivamente verso l’alto, in ogni senso : grandi e perfino sommi i
suoi modelli; ma si ha la sensazione di una sua familiarità con essi, più che
di una derivazione della sua opera dalle loro. Dietro le pagine di Domenico
traluce la fronte vasta e triste di Omero, si agitano dei ed eroi dei miti
classici, si incide il profilo dantesco e sparsamente si disvela la vastità di
appassionate letture, che si focalizzano poi su alcuni autori
dell’Otto–Novecento; alcuni italiani, da Leopardi a Montale e Quasimodo, e
altri stranieri assai vividi sul piano internazionale ma tuttora non abbastanza
studiati e seguiti nel nostro Paese da chi pure osa cimentarsi con il fare
poetico, Da R.M. Rilke a T.S. Eliot e W.B. Yeats, da Mallarmé e Rimbaud al
‘miglior fabbro’ Ezra Pound –del quale Domenico Turco assimila pure la generosa
visione di vita, aristocratica e perciò ostile a frodi speculative e consumismi
superflui almeno quanto a utopie comunisteggianti -- i lirici più
rappresentativi del secolo, o magari del millennio che si chiude, gli hanno
suggerito qualcosa senza che per questo il nostro ragazzo-autore ne sia rimasto
in alcun modo plagiato.
Leopardi è uno di questi lirici, a cui Domenico ‘teme’ di
essere accostato per certe similarità di situazione esistenziale : che invece
la coraggiosa natura del giovane siciliano sa superare. Si, le sue poesie sono,
confida dolorosamente “elfi che non mi èdato di guidare / oltre la soglia della
porta aperta” (Alla Musa: frontespizio), ma irrompe nel suo spirito con
prepotenza l’immensa bellezza del Creato, un Creato che si presenta, qui e
altrove, con tratti gloriosamente siculi : “che cielo profonde solarità / che
terra ci libera dalla notte, / la comune notte, che eclissa un mare / di colori
screziati e floreali?” (ibidem). Di conseguenza avverte il lato positivo del
proprio destino “Perché io, ombra che arde nella tenebra, / vado verso l’aurora
dalla sera / che mi destò alla luce, sera / d’agosto” (Oltre i limiti).
Lo salva, oltre all’adorazione del Bello, il suo talento
intuitivo e visionario, potenziato anziché sminuito dalle costrizioni del vivere
“Attori più che scrivani di umori/ il
nostro senso è di ardere incoscienti” (ibidem). In Meditatio ribadisce
l’inclinazione del proprio io interiore : “non pensa / sente soltanto un
delirante / sciame di immagini indistinte”, e se “La grazia di Venere non fa
per noi, né impresa / di Hermes” basta uno spiraglio, un segno di calore e
bellezza per vivere “l’anelito della felicità / la forma pura di un delirio
breve”.
Questo meccanismo o processo psicologico di riscatto viene
perfino (di)spiegato a chiare lettere in Dai silenzi del bosco sacro, testo di
cui è preavviso e insieme commento la citazione eliotiana posta in exergo
‘Ridere sotterraneo sincrono / col silenzio del bosco sacro’:
Un dolore in me trova radici, tronco, rami,
fogliame, nidi di uccelli, passaggi
per vermi sfuggiti dai gusci in pietra
luogo del muschio verso nord –in ombra
…………………………….e cerco oltre i limiti
del mondo un mondo più totale, un orizzonte
più splendente.
Qui si mostra appieno la capacità trasfigurativa, in chiave
naturalistica e perfino micro-realistica, del significante, in rapporto al
significato fondamentale da cui nasce il titolo medesimo del libro. Lo
splendore immaginifico (uso nel senso migliore un’espressione dall’eco
dannunziana), che senza sosta accontenta il lettore spingendolo a proseguire,
non annebbia comunque i risvolti filosofici, le riflessioni che vengono a
corroborare una Weltanschauung in sostanza ottimistica. O che dimostra, quanto
meno, un buon grado di incrollabile stoicismo:
Il fine della vita è nel suo farsi
il fine della vita si comprende
nel suo meraviglioso
dispiegarsi,
il fine che sta dalla
parte
del non-senso, o se vi
è senso
qui e adesso non ci fu
dato, né mai svelato. (Anima mundi).
…Anche se ci si ritrova “intrappolati tra macerie di tutti i
giorni, / e ad uscire non basta l’oro antico dei sogni. / Per questo metto in
versi queste fole”. Ma la visione d’un subito si spalanca verso una totalità
ben più ampia che non il proprio sé, prigioniero di circostanze individuali:
Per questo, per
scoprire
L’anima mundi
imprigionata dentro un corpo
non suo, quell’anima
smarrita
nel lungo delirio di
una lunga storia. (Ibidem).
L’autoidentificazjone di Everyman-Turco con Mankind non
potrebbe essere più evidente.
A toni leopardiani ci riporta Xenos, estremo lamento,
epitome di contraddizioni, ma non senza speranza: “Anche con me la Moira non fu
giusta /.... Anche con me la Moira fu sbagliata”. L’autodefnizione è nel
fulminante ossimoro “immobile viandante nel paese dei sogni”, che trova un
correlativo letterario nella figura di Don Chisciotte, “fermo nella scelta di
lottare contro il mondo / e la linea instabile dei mulini / che grandeggiano,
giganti lontani”.
Un’eco Ieopardiana diretta ci pare di cogliere, del resto,
ben più avanti, in Epifania del Serafino della terza sezione, Angelo infuriato:
Da un’incerta visione
ho suscitato
arcani sentieri,
segretissime fughe
ove il cuore s’inventa
l’infinito,
si finge l’origine del
silenzio
in zone ignote.
Il giovane Domenico ha, si direbbe, la sua siepe...
Non leopardiano è il suo atteggiamento nei confronti della
divinità. Che si incontra dapprima in Dai silenzi del bosco sacro : “Dio del
cielo …/ Tu sali la scala. L’ultimo piano è nascosto / alla nebbia d’inventati
riscontri”.
Credo in unam...,
per quanto divagante e polemica, è composizione lontana dal rifiuto di una
possibile trascendenza.
Altra testimonianza pare essere il dio lumeggiato, verso la
fine della terza sezione, dal personaggio di Napoleone a Sant’Elena: “forse un
Dio mi salverà, un Dio ordinario, / un Dio privo di templi e liturgie, ma vero,
liberale, animato di buoni intenti / anche su una persona macchiata di
misfatti”. L’autore implicito, lo sentiamo, sta dietro, dentro queste supposizioni.
Per vero dire, la fascinosa scrittura di Domenico Turco può
richiamare alla mente autori abbastanza antitetici al nobile (in ogni senso)
recanatese. insiste nella mia memona un passo dei Fogli d’Ipnos (203) di René
Char : “Ho vissuto oggi l’attimo della potenza e invulnerabilità assoluta. Ero
un alveare migrante verso le fonti dell’alto con tutto il suo miele e le sue
api”. Che mi suona accettabile emblema della personalità e dello stile del
ragazzo di Agrigento... E sono intravedibili nessi, forse da lui medesimo non
sospettati, con il surrealismo magico e allucinante di Henry Michaux (a me noto
in una bella traduzione di Mario Luzi prima ancora che nell’originale), con
l’esistenzialismo apocalittico di Dylan Thomas, con il lirismo metafisico e
filosofico di Paul Valéry, con la magnificenza raffigurativa di Hofmansthal e
di José Marie de Hérédia. Il simbolismo magico di Rilke, non mistico ma pure
metafisico, riaffiora nei versi di Turco in quelle apparizioni di angeli che
sono, rappresentano, tanto più del loro valore iconico, cosi come nelle
evocazioni di Orfeo a impersonare l’eterno mito della poesia. Idealmente
prossimi al nostro ragazzo-autore il delirio e la malinconia di Nietzsche e di
Campana; specialmente l’autore dei Canti orfici mi sembra parente prossimo di
Turco per “quell’ardore individuale” che, asserisce giustamente Silvio Ramat
nella nota all’edizione del 1966 (Vallecchi), “vince ogni maniera o vizio-o
scadimento”.
La terza sezione, di cui abbiamo anticipato alcuni versi, è
quella che assume caratteristiche, toni, intavola argomenti anche definibili
come modernamente epici per la celebrità, mitica o storica, dei personaggi
evocati e per il conflitto con se medesimi o con la società del loro tempo in
cui furono combattenti. Telemakos, Jacopo Ortis, Socrate, Giordano Bruno,
Ligeia (intesa quale personificazione della Musa), Euripide, Sottile
l’Alchimista, Ofelia, un Bonaparte morente sono presentati attraverso la forma
del monologo drammatico. che è, naturalmente, soprattutto monologo interiore e
dunque introspettivo. Al di là del consueto scintillio di una versificazione
liberamente ritmica –che ricorda Whitman, che ricorda Pound –al di là del
fascino di immagini e di vibranti sintesi semantiche (ossimori, ipallagi,
parallelismi, contrapposizioni, effetti sinestetici : svariati mezzi retorici
suonano parte integrante, animando il significante, di questo dettato) i
personaggi ricordati presentano credibilmente sé stessi, ma anche sfaccettature
o riflessi dello spirito dell’autore, accanto a ‘maschere’ palesemente tali,
per essere addirittura indicate da un anagramma del nome del poeta (Nicodemo
Curto) o da altro pseudonimo (Vittorio D’Alba). Il colpo di sonda è doppio
nella mente, nella psiche del poeta e nell’individualità altra di volta in volta
condotta alla ribalta e interpretata.
Telemakos non rimane allora senza collegamenti con il
joyciano Stephen Dedalus, ovviamente portato a meditare su problemi di
conoscenza e di ermeneutica, per il quale la donna è “immagine vera / della
Bellezza” e, keatsianamente, “Del Tempo solo l’Arte dona / un senso immortale,
uno spazio / infmito”.
Le parole di Socrate: nell‘imminenza della fine assumono una
piega filosofeggiante e insieme esprimono il senso di superiorità consapevole
che non dovette essergli estraneo: in quanto abitato da pensiero che pensa sé
stesso, e che giudica ciò che lo circonda, che lo assedia. Mente che va al di
là dell’assedio.
La Fenice celebra Giordano Bruno e ne proclama l’attualità:
“Il Nolano muore ancora / quando la verità è tradita, quando l’oro / del giorno
è sottratto ai vinti” e viene ribadita, con senso religioso ma non chiesastico,
la necessità di martiri per il progresso.
Il testamento di Vittorio D‘Alba si configura nella seconda
parte quasi come una shelleyana Ode to the West Wind, più intellettuale che
emotiva, aspirante, ancora una volta, a un autentico progresso morale.
Alla maniera di Nicodemo Curto, esplicitamente
autobiografico, prende le mosse da celebri versi di Ezra Pound giovane, citati
in exergo: “Invano ho lottato / per indurre il mio cuore a piegarsi, / ecc. E
percorre la lunga composizione una vena di autoironia che può solo potenziarne
gradevolmente l’effetto. In forza di questa vena il poeta rende accettabile un
suo accostamento al Cristo “Fiero della totale indifferenza da parte / di nomi
altisonanti come il suono / dei trenta denari, uscirò attraverso santi e /
briganti, presumibilmente illeso”.
Ma lasciamo al lettore il piacere di scoprire per conto
proprio quanto il poeta intende comunicarci, quanto fa trapelare di sé, o ancor
più del suo criticism of life
inclusivo della società contemporanea, attraverso abili agganci : senza
dimenticare la sua isola stupenda e tormentata: “ Un’isola confusa / tra
vitalità e lutto”, di cui non si limita a registrare le qualità del paesaggio,
ma della quale soffre, compartecipe, l’intimo contrasto:
E dopo l’alienazione e
la torva paura
come l’urlo di un uomo
sulla strada al tramonto
vermiglia di sangue
amico, buio lamento
di madre che patisca
nero lutto.
(La veglia di Sottile
l‘Alchimista)
Lasciamo al lettore di oltrepassare l’ultima composizione,
La voce dei venti, a conclusione e chiosa di questa terza sezione –animata dal
metaforico ‘Angelo infuriato’ –per addentrarsi nella congerie spesso criptica
delle Voci dal deserto,
concettualmente forse la parte più ambiziosa dell’intero libro.
Mi scrive Domenico, avvertendo egli stesso l’opportunità di
alcune delucidazioni almeno per quanto concerne la genesi di questa sezione:
“L’idea di un poema lirico centrato sull’identificazione tra Dioniso-Zagreo e
Gesù Cristo deriva da una lettura critica che Anthony Johnson fa del primo dei
Due canti da un dramma di Yeats, lettura critica inserita nel saggio Il mito
del quotidiano. Nei Due canti Yeats presenta Dioniso e Atena come figure
anticipatrici, rispettivamente, di Cristo e della Madonna”. Per conto mio
potrei far notare al giovane autore che le anticipazioni messianiche sono in
realtà numerose nelle mitologie di vari paesi e popoli del mondo antico : una
di queste, per scegliere fra le più celebri, è il dio egizio Osiride, simbolo
di rinascita e rinnovamento, ucciso e fatto anch’egli a brani dal fratello, che
li sparge poi nel deserto. Interviene la sposa di Osiride, la dea Iside, a
ricomporlo e ridargli la vita, ma nell’al di là, dove Osiride sarà il Signore
dei Trapassati. Anche qui abbiamo l’elemento della resurrezione e la presenza
attiva di una figura femminile superna. Dicendo questo non intendo naturalmente
sminuire di nulla la validità delle scelte personali di Turco, il quale, come
ogni autore, è libero di ispirarsi al mito o ai miti che meglio parlano alla
sua sensibilità, l’unica condizione essendo che lo faccia con arte.
Del resto lo stesso Pound aveva avvertito, in termini non di
identificazione ma di successione temporale, le affinità tra la figura di
Dioniso e quella del Cristo (“Cristo succede a Dioniso, ecc.”, Hugh Selwyn
Mauberley). Turco riprende pure questa visione mitico-filologica quando
sostiene (stessa lettera del 18.XII.1999): “In realtà non c’è un rapporto di
successività tra le figure di Cristo e Dioniso, bensì va riscontrata una
concezione eroica della crocifissione che ben si concilia con il sacrificio di
Dioniso Zagreo, divorato dai Titani ma la cui resurrezione è garantita dalla
sopravvivenza di parte della sua identità, che il mito arcaico simboleggia con
il cuore”.
I versi del dramma di Yeats La Resurrezione, che più hanno colpito il ragazzo-poeta siciliano,
fissano questo aspetto della vicenda in particolare:
Vidi una vergine con
gli occhi fissi
Dove era morto il
sacro Dioniso,
Strappargli il cuore
dalle costole,
E reggere in mano quel
cuore,
E portarselo via
palpitante;
E poi tutte le Muse
inneggiare alla nascita
Del Magnus Annus come
se la morte
Del Dio fosse soltanto
una commedia. (W. B. Yeats, La Resurrezione).
Per cui, riflette Turco, esiste già a questo livello una
analogia poetica tra il cuore del dio morto e il ‘sacro cuore di Gesu’, emblema
mistico di sapore paganeggiante...
Le ultime due composizioni, Stella cometa ed Epilogo,
rappresentano infine due momenti lirici a parte rispetto alla ‘trama’ o traccia
seguita nella costruzione del poema, pur ispirandosi agli stessi temi mistici.
Il canto finale discioglie infatti l’oppressione della diuturna lotta a cui
siamo costretti e del mistero da cui siamo circondati nella riaffermazione di
una istanza insieme umana e filosofica, terrena e trascendente.
Noi siamo gli
indefiniti rumori
di una sacra musica,
il Tempo.
Suoni del Logos, semi
inariditi
di mela, fragili fili
d’erba
o vegetazioni sui
bordi
di sentieri in
contrade di campagna.
E’ da questa umile congrega di umili creature che si leva la
voce del poeta, esprimendo il sogno in assoluto più elevato e costante : “Come
l’anguilla cerca vita / all’inebriante fuoco –anch’io cerco / una pace segreta
–una fede / ferma e chiara come diurno splendore”. La speranza è sempre la
stessa attraverso i millenni : trovare “un senso più profondo / alla nostra
vacuità d’ombre”.
E’ da questa umile congrega di umili creature che si leva la
voce del poeta.
Marilla Battilana
Marilla Battilana

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