NUMI DEL SORTILEGIO, NON MI DITE... (1995)


Dopo il promettente esordio di Sottovoce ci si attendeva, prima o poi, una doverosa conferma. Ed eccola giungere, puntualmente, a distanza di soli due anni, con questa densa raccolta dal titolo, tra il dichiarativo e l'enigmatico, Numi del sortilegio, non mi dite...

Pur essendo libera nella sua struttura come la precedente, si ha tuttavia la sensazione che qui la materia ispiratrice riesca più compatta, tanto che si potrebbe parlare di un poemetto lirico o d'un canzoniere, con la pagina d'apertura che può fungere da prologo e l'ultima da epilogo.

Nella tradizione epico-lirica, così come nell'oratoria e nella drammaturgia sacra e profana, al proemio si affida solitamente il compito non agevole di introdurre l'argomento che sarà al centro dell'opera. Volendo, vi si possono rinvenire le coordinate ideali, entro cui si svilupperà il discorso successivo. Ebbene, nella Invocazione d'avvio Domenico Turco denuda, per così dire, l'anima sua nel difficile rapporto con la vita, consapevole com'è che il gioco delle sorti umane si decide al di sopra del nostro volere, nelle sfere inconoscibili dell'eterno.

Riesumando, pur alla maniera di poeti cristiani (si pensi soprattutto a Dante), una terminologia d'uso pagano, il giovane poeta si rivolge agli dei che nell'antichità potevano invocarsi nelle pratiche divinatorie, per dire che non v'è predizione che possa correggere l'attesa del destino che gli è stato assegnato da quando gli venne "recisa" la fanciullezza: da quel giorno egli ha perduto tutto senza avere nulla in cambio, "né letizia né dolore", ma ha ben appreso la regola fondamentale dell'esistenza, e cioè di dover "vivere sperando, / di sperare per vivere", allo scopo di farsi coraggio. Non gli occorre, ormai, chiedersi dove stia la felicità, divenuta un "sogno remoto". Non è lecito che gli si parli d'amore o di bellezza e neppure "delle tenebre inattese / quando non arriva sospiro, né spiraglio...". Egli sa bene quello che ha vissuto e può immaginare quale sarà il suo domani. Che gli resta, dunque, da invocare ai numi tutelari della sua sorte? Sentite:

"Ditemi il canto profondo della vita:

 la luce del sole e le rondini in volo,

 i cieli d'aprile, l'orizzonte in fiamme.

 E gli occhi lenti di una vergine

 che incede nel vento con leggerezza,

 il mare che s 'indora nel tramonto e mi trascina,

 al tremebondo suono del mio cuore scordato,

 che si perde nell'oscura chiarezza

 delle parole e delle cose. Ditemi

 il sortilegio dei cieli incuranti,

 o la mia vita dei silenzi.  

 (Invocazione)

Non altro, i numi del sortilegio devono dirgli, che il canto profondo della vita, le cui ragioni più vere possono trascendere le apparenze ingannevoli del banale quotidiano.

Di qui il motivo di fondo che percorre tutto il corpus della raccolta: il conflitto tra la consapevolezza di una condizione umana fisicamente minata dal male e l'ansia perenne del bene della vita che, nonostante tutto, la sorregge e la illumina. A volerli mettere a rigoroso confronto, indubbiamente il male sembra prevaricare sul bene, al di là delle sorti individuali. C'è un sovrano destino di dolore che accomuna tutti gli uomini, i quali da sempre si muovono come in un deserto alla ricerca di una impossibile "terra promessa":

“Scontiamo la nostra vita mortale

per saldare il dolce debito del tempo,

per trovarci nei segni del destino

nella mutazione che ci devasta."

 (L'attesa mi rubò stagioni incerte)

Il presente ha luci dalle misure incalcolabili e l'avvenire sognato è sempre lontano, poiché il tempo passa e "non ha sirene / per annunziare fughe e ritorni". Mentre tutto intorno a noi "oscuramente muta", noi restiamo legati a delle sorti immutabili, senz'alcuna certezza per il futuro:

"Il buio della terra promessa

annunzia l'estrema vanità,

l'origine delle latitudini

è segnata in carte segrete.

Avanziamo chiusi in terre desolate

per eludere le città invisibili,

per trovare una parte di mondo

dove il deserto cresce con il vento."

 (L'eterna veglia)

Ci si agita nell'attesa del domani mentre ci addolora la memoria di giorni felici, che dovettero cedere spazio alla tristezza presente. Oggi i nostri canti non hanno più voce, sono piuttosto "lamenti d'angeli in viaggio" verso una meta sconosciuta. Procediamo per strade "che sanno di polvere e catrame", per sentieri che attraversano campi immensi "e spogli come rossi deserti", alla volta di "lidi stranieri", senza sapere purtroppo a quale stazione potremo fermarci "dopo il nostro transito mortale":

 “…Il tempo corre via,

 finché una secolare condanna

 non ci fonderà come foglie nude:

 in una terra che non sappiamo

 sconteremo peregrinazioni...

 Allora non avrà senso dir parole

 comuni com'è l'oscurità,

 e la notte che ci veglia

 con occhi gelidi di sorpresa...".

 (L'eterna veglia)

Il male, il dolore, il tempo, la morte, l'eterno: tutto sembra avvolto nel mistero. L'uomo viene sottoposto ogni giorno ad una sfida con se stesso; assistendo continuamente al crollo di sogni insaziabili, non si dà pace della propria fine:

"Accolti dal libeccio

 ai porti inariditi...

 Reduci da cento tempeste

 noi (naviganti verso l'orizzonte)

 con la morte nell'anima...”

 (La morte nell'anima)

A salvarci dalla disperazione resta l'attesa del Verbo, con la rinascente speranza di giungere infine "nelle terre del sole / tra le fronde in fiore e gli asfodeli", là dove le ginestre rinverdiscono nel deserto, incuranti "delle fosse che nascondono ceneri / come fossero tesori". Pur nell'aridità di una landa sterminata ci si può sentire "ebbri d'universo" e, fusi con i gusci "di screziate crisalidi", attardarci a "tessere coltrici d'oro", a "limare in tenebra di vento / anche il nostro profondo silenzio".

È così che si compie per l'uomo il riscatto dal nulla che incombe sempre sui suoi passi:

 

"L'ultima speranza non muore:

 stiamo come i serpenti delle rocce

 in sospensione nell'ombra del sole,

 come gli antichi santi del martirio

 in estasi di fede e di sapienza...

 E, dove non muta la luce

 e l'aria pura non riecheggia d'arie,

 restiamo come scogli nell'acqua salmastra,

 come gli arbusti isolati nel verde

 dei lenti declivi, delle valli..."  

 

(La morte nell'anima)

Se l'oscurità ci assale tutt'intorno, sotto la spinta della pena che si distende lungo l'arco della vita, si fa grave la voce che si accora, confusi come siamo "dai colori della notte / e ci sentiamo morti anche noi / in un mondo che vive per vivere". Ma l'ora del risveglio non può mancare, neppure nel pieno dell'inverno, nella stagione desolata in cui "il vento è forte, le sere gelide".

Solo col ritorno della primavera godiamo di nuovo della luce del sole, "al di fuori delle cripte petrose" (La danza); ma, con i sensi perduti nell'attesa, "come ritrovare fede e sapienza / nel deserto che alimenta miraggi?". Sorpresi come da improvvisa tempesta, non si ode più la voce del vento che infuria, mentre il battello va alla deriva, poiché il capitano non può governare la rotta. Eppure, si ha sempre qualche ragione per non arrendersi:

"Mentre si sfollano vacue cisterne

 che cerchiamo, frugando tra le rocce?

 Nelle stagioni che ci rende il mondo

 l'ultima speranza non se ne va,

 e l'acqua delle vene ci travaglia

 con il colore che infiamma il tramonto..." 

 

(La danza)

 

Se l'ultima speranza non se ne va, si può credere che si allontani l'ora della disfatta: è questa la sola certezza che sostiene il cammino della storia umana. E Domenico Turco può convincersi che il proprio destino rientri nella legge che regola la vita di tutti. Certo, egli non si nasconde, allo stesso modo di Leopardi, di vivere una giovinezza strappata crudelmente ai comuni piaceri dei vent'anni; ma non grida in maniera scomposta il suo dolore, non declama retoricamente il suo esilio dalla vita comune. Ogni volta che indugia sulla propria sorte, ricorre a immagini, metafore, similitudini d'una singolare dignità. Se ne potrebbe ricavare un ricco florilegio. Eccone pochi esempi:

"Come l'alga che naviga per mare

 a volte annego nel silenzio verde,

 e son diviso tra calma e tempesta."

 

  (Mentre la mente vola ad ogni dove).

 

  "Simile ad un naufrago che annega

 nei flutti rapinosi,

 a volte mi sono smarrito

 nell'aria addolcita dal vento,

 che colorisce

 deserti paradisi." 

 (O voce sospirosa)

 "Accesa nelle vene rapinose

 la fiamma ardente della giovinezza

 mi agghiaccia come una lama mortale...

 Un attimo vale tutte le stagioni.

 Mio cuore, come sarà l'eternità?"

 

(Il mio canto muto fiorì nell'aria)

 

 "E come da un eucalipto dorato

 esce a volte un guizzo d'uccelli neri,

 dalla mente assorta adesso fiorisce

 un groviglio di confusi pensieri." 

 

 (“Un varco di là dal muro”)

 

 “La voce che in me canta

 sale dal fondo oscuro degli abissi

 e si tace, con l'ansietà

 che sommuove l'assenza."

 (La stagione deflorata declina)

 

 "La mia vita perduta è più leggera

 di una foglia morta spinta dal vento." 

  (Confessione del vecchio fuggitivo)

Ma non si pensi che la rassegnazione al proprio destino, pur nel segno di una pietas essenzialmente cristiana, porti il giovane poeta ad un'accettazione passiva del dolore. Egli ha conosciuto, e conosce, momenti di sofferenza disperata, con scatti di ribellione ad una sorte ingiusta, ma senza sfoghi irosi, senza imprecazioni, senza maledizioni. Certo, non può sorridere della "lama" che sente vacillare continuamente sulla sua vita, pietrificandogli "ogni senso, ogni movimento", mentre il cuore gli muore, giorno per giorno, "senza rumore / ma con tenace batter d'ali" (Chi muore più, chi vive?).

 E tuttavia è capace di fingersi mondi arcani, oltre la linea azzurra dell'orizzonte, "là dove la sfera del cuore / intende / di là dal muro / l'infinito" (O voce sospirosa). Una parentesi dorata, ovviamente, perché, subito dopo, si sente "caduto nelle tenebre / senza speranza di vedere il cielo"; e si vede intorno solo delle ombre confuse nella nebbia, non sapendo dove lo addurrà "il cammino della sua solitudine". Lontano dalla "festa di suoni e amore", senza "spiragli" di certezze, egli ha appreso la virtù dell'attesa inobliandosi "con stelle in fuga e rondini cadenti", ed ha provato la violenza dell'uragano che gl'investe l'anima "come un veliero tra le onde impazzite".

 Nei momenti più bui, sa che non può cantare albe radiose, ma solo antichi rimpianti e desideri infranti, "fole di vanità"; avverte purtroppo che la "venerata Speranza" lo abbandona volgendo gli occhi altrove, mentre la morsa del tempo lo stringe sempre più di giorno in giorno e "tutto se ne va", senza che si possa scoprire "l'origine latente delle cose": tra rinunce e sconforto, il suo cuore volerà lontano affidando "alle colombe d'avorio / il sogno di una vita che non sarà".

 Ha pur pensato, una volta, che la sua pena "non fosse eterna"; ma, col passare del tempo, si è ritrovato un "albero nudo, dai rami scarniti", divorato lentamente da un male segreto, che gli restringe sempre più l'orizzonte "in catene di tenebra". Può accadere che, dinanzi ad una cortina d'azzurre colline, si senta rapire gli occhi come da un incantesimo finché non si smarrisce "nella chiarità d'alti cieli", là dove non avverte affanni né del vivere né del morire; ma se, all'improvviso, nell'aria "si pavoneggia uno stormo di nuvole" e il vento lo trascina come una foglia morta, allora la sua meraviglia si tramuta in tristezza e l'anima gli si fa "silenziosa".

 Se pur si dichiara vinto da un destino crudele e sconfitto nella sua "brama di vita / da una speranza che non ha domani", confessa tuttavia di sorprendersi a volte come d'incanto "per una rivelazione indicibile", sull'onda di favole ascoltate nel tempo dell'infanzia; e allora la vita gli appare leggera come una spola e intuisce "il sortilegio del mondo" come "l'essenza d'un breve sogno / che crediamo di sondare, / e tuttavia non tocchiamo".

 Giunge infine a invocare la Morte, ma con tono discreto: non eluda la sua "stanca resistenza", lo trascini piuttosto "nelle verdi rive / dove non c'è opera né immagine" (Confessione del vecchio fuggitivo). Sembra, questa, la naturale conclusione d'un vecchio sapiente che abbia riflettuto lungamente sulla vita e sappia accettare le cose del mondo con "serena disperazione". La minaccia del "Nulla eterno", di foscoliana memoria, lo accompagna come una insidia segreta, ma non lo abbandona l'ansia d'un possibile riscatto:

 

"È l'ora di trovarsi, di solcare la strada

 che mi porta dove riluce il sole.

 Anche il terrore per l'infinito

 adesso non è che l'incertezza

 di una luce ebbra, di una chimera

 nel vento verticale, e le mie mani

 dardi tesi in direzione di un'ombra

 sbandata a celesti rive." 

 

 (La dea dell'invenzione)

 

Non è ancora un approdo sicuro, sia beninteso, ma indicazione di una meta sospirata, traccia d'un sentiero spirituale ancora tutto da percorrere, individuazione d'un fine ultimo da perseguire non agevolmente, tra disagi esistenziali sofferti con durezza e una tensione d'ordine metafisico avvertita nel più profondo dell'anima.

 Intorno a questo tema centrale, che abbiamo cercato di enucleare e definire nelle sue implicazioni umane oltre che "filosofiche", per così dire, c'è tutta una fitta rete di altre motivazioni che meriterebbero non poco riguardo, come ad esempio i cosiddetti affetti domestici (belle le pagine dedicate alla mamma e al fratello), la natura intesa come paesaggio, la giovinezza con i suoi "ameni inganni", l'amore come vagheggiata avventura d'un sogno che allieta e turba lo scorrere dei giorni (cfr. Era un nome fiorito nel cuore..., Eppur vorrei estinguermi in silenzio, Per una fanciulla scomparsa). Su tutto questo davvero molto si potrebbe dire.

 E molto di più si dovrebbe dire sulle strutture linguistiche e formali in genere. Non c'è dubbio che, rispetto alla prima raccolta, qui Domenico Turco abbia dato prova d'un maggiore labor limae, pervenendo ad un affinamento stilistico che non si direbbe proprio d'un poeta giovanissimo qual è lui. Non è ancora giunta, ovviamente, l'ora della maturità espressiva in assoluto, ma vi sono delle pagine tecnicamente rigorose, e sono quelle in cui il discorso poetico si fa più conciso, la parola più scarna, l'immagine più suggestiva (cfr. Solenne il tuo sorriso tra le lacrime, Quando sui cuori nudi si fa sera, Torna l'inverno nei campi del vento, L'impulso che si esalta nel virgulto).

 Sarà possibile, a questo punto, tentare una collocazione per Domenico Turco nel vasto panorama della poesia italiana d'oggi? Scartata subito ogni ipotesi di accostamento ai gruppi e agli antigruppi degli ultimi anni, sorti nella stessa Sicilia, ci sembra che si possa affermare che la sua voce abbia una storia a sé, e che tenda liberamente a spaziare nei cieli della poesia europea, sulla scia dei grandi maestri del simbolismo francese. Ma, pur nutrito dei testi più correnti della lirica moderna, dalla poesia pura alla poesia orfica ed ermetica, da cui apprende la lezione sulle potenzialità evocative della parola attraverso una fitta trama di analogie e metafore, egli non rinuncia tuttavia alla funzione comunicativa del poiein; e se, da un lato, tende all'assolutezza metafisica nella sua visione della storia e dei destini umani, dall'altro resta legato alla condizione reale della vita, di cui vuol cogliere il bene e il male, il piacere e il dolore, le poche certezze e le infinite inquietudini.

 
Vittoriano Esposito

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