SOTTOVOCE (1994)

Quando Giacomo Luzzagni, l'editore di questo libro, mi consegnò il dattiloscritto delle poesie di Domenico Turco dicendomi "dagli un'occhiata e dimmi che te ne pare", francamente non mi trovavo nella condizione di spirito adatta a immergermi nella lettura di testi poetici. Altri pensieri ed interessi stavano attraversando la mia mente in quel tempo. Ma la mia curiosità è tanta (soprattutto in fatto di poesia) e volli dare subito una scorsa a quel dattiloscritto dal titolo accattivante, Sottovoce.
Lessi la prima lirica "In morte di Gregor Samsa" e rimasi spaesato, stupito, spiazzato come uno che si avventuri per caso in un territorio che non conosce. Sentivo in quei versi una strana sensazione di disagio e di sofferenza ben denotata da un forte vigore espressivo che mi riportava a certe atmosfere del simbolismo francese, a me particolarmente care.
Volli sapere subito chi fosse l'autore e Luzzagni mi parlò di un ragazzo diciassettenne di Canicattì, in provincia di Agrigento, affetto da distrofia muscolare e costretto a vivere sulla sedia a rotelle. Ne fui molto impressionato. L'editore aveva intenzione di pubblicare le poesie e mi chiese di scrivere la presentazione. Ed eccomi qui a dovere dipanare una vicenda poetica e umana di difficilissima lettura, a chiarire a chi vorrà soffermarsi su questi versi quali possano essere i percorsi formali e tematici di un giovane di seconda liceo che, per i segreti capricci del destino deve sostituire alle sale da ballo e al fragore dei giochi i labirinti delle biblioteche e il silenzio delle letture.
Domenico Turco ha diciassette anni come il Rimbaud delle prime poesie e, se un parallelismo mi è consentito, come il poeta francese si nutre di quelle folgorazioni semantiche e stilistiche, di quelle ubriacature di passioni e di sensazioni che hanno fatto pensare a una "maledizione" metafisica.
Qui non ci sono certamente gli accenti disperati di Rimbaud e di Baudelaire, non c'è la ricerca musicale e tonale di Verlaine, né credo che Domenico se ne preoccupi eccessivamente considerato che altri sono i suoi riferimenti (Eliot, Montale, Quasimodo), ma a me è sembrato li entrare in quelle atmosfere di mistero e di sconfitta, di bagliori e di ombre, di ambiguità e d'innocenza che aleggiano nei poeti Francesi dell'ottocento. Ma anche se i prezzi da pagare alle influenze scolastiche emergono qua e là nel tessuto poetico di Domenico Turco, tuttavia profonda e forte è l'originalità del dettato e la tensione che informa tutta la poesia del giovane poeta siciliano riscatta ampiamente qualche sparuta ingenuità di versificazione. Ma vediamola più da vicino questa poesia. Cominciamo con "quello" che dice, ovvero nel contenuto, con la sua visione del mondo, con la sua filosofia.
A me è parso di cogliere un tema dominanti su tutti: la morte. Ma non la morte tragica e nefasta che incombe minacciosa sul destino degli uomini, ma quel senso del morire lento e inesorabile che accompagna la vita, la quieta malinconia delle cose che sfocia nel dissolvimento. Domenico in un suo scritto mi dice che "i riferimenti alla morte non derivano da un concezione pessimistica della realtà, ma scaturiscono da una continua divagazione sul tema del tempo, espressa in componimenti differenti". Come dire che non c'è una istanza esistenziale a muovere i pensieri al giovane poeta ma una preoccupazione prevalentemente filosofica, un' approfondimento della natura dell'esistenza più che dì quello del suo tragico epilogo. La morte si lega costantemente al tempo (altra direttrice della riflessione poetica di Turco), anzi si compenetrano tanto che spesso l'una vale l'altro: "La vita non è né lunga nè corta / Poichè nell'abuso della sofferenza / Ha perduto coscienza del suo metro" (Tempo). E vedasi anche Canto nella prima stesura dell'ottobre '93, qui pubblicata, che per forza espressiva e concisione a me sembra una delle poesie più riuscite: Inquieto poiché folle e folle perché poeta / le corde esauste, il cuore in bilico / dixit: // Sorella, In questa veglia di un cuore senza cuore / Sopravvissuto al risveglio dell'agonia / Dichiaro (schiarendo la voce con il pianto) / Questo, cioè che l'infinito che il tutto ravvolge/ Mi opprime, così come l'idea di esser foglia / Di novernbre che il vento trascina. . ."
Un'atmosfera dolente, uno sfinimento esistenziale, un languore di pena… ecco la dimensione di questi versi dove letterariamente sono palesi tanti richiami (da Baudelaire a Nietzsche), ma dove artisticamente c'è una tensione creativa davvero insperata in un ragazzo di diciassette anni. E la sofferenza che produce la poesia, la vera opera d'arte, o l'arte è solo una positura dell'animo, una retorica inflessione dello spirito che si compiace nei risvolti del dolore? Dal medioevo ad oggi quante discussioni ha originato il connubio o la contrapposizione fra vita e letteratura. Senza falsi pudori e senza voler nascondere la situazione drammatica di Domenico, nel caso del poeta di Canicattì non c'e fra le due istanze (poesia e vita) soluzione di continuità, non ce separazione di ruoli perché, in Domenico Turco, la poesia è rispecchiamento della vita e la vita, il suo doloroso tempo, è una scansione di versi che nascono nel suo mondo onirico dove pullulano i vivi e i morti, i personaggi letterari e mitologici e quelli della realtà quotidiana, i simboli derivati da una spietata analisi del profondo e i segni della solare magnificenza della natura. Come potrebbero spiegarsi altrimenti i riferimenti ai personaggi kafkiani (In morte di Gregor Samsa), pirandellianì (Le confessioni di Adriano Meìs), mitologici (Lamento del satiro, Core agli inferi) se non si comprende l'intima relazione fra vita e letteratura o meglio fra vita o creazione artistica, che soggiace ai moti più intimi della Weltanschauung di questo giovane poeta? In Gregor Samsa " . . Vedrete l'umanità. / Reclusa in quel corpo di scarafaggio.. " ove "Si spense, se mai è esistita, / La speranza di rivelarsi / Dio / E non più servo dì una qualche esistenza". In Adriano Meis (Il fu Mattia Pascal) c'è invece l'individualità annientata, lo straniamento totale dal divenire del mondo: "Sarò solo.. /Il mio destino è spento, senza esca, /Come la tivù dopo il film delle venli e trenta. / Spesi la "miglior parte" e anche la peggjore / lo vacillo come la rosa nel vaso / per il vento prodotto dal ventilatore".
Disillusione e nostalgia sono invece le corde che muovono il "Lamento del Satiro". Qui è la natura (altro tema caro a Turco) a fare da sfondo psicologico e da sostrato artistico: "I! cielo non dà tregua / Rapisce lo sguardo e lo dilegua. / / L'ultimo bene che mi resta / E il male di vivere e la foresta".
La natura, nella poesia di Turco, non ha mai immagini scontate o usurate; gli accostamenti semantici sono sempre originali e inediti; le metafore ardite, l'aggettìvazione è fortemente espressiva e il verso ha quel tono pieno e maestoso che ricorda il classicismo quasimodeo. Senza accorgermene sono scivolato verso l'aspetto formale a questa poesia. Turco svarìa da componimenti brevi, monostrofici, fino a composizioni variamente strutturate, polistrofiche e ordinate secondo un discorso poetico di ampio respiro. Nell'un caso e nell'altro sostanzialmente il ritmo tiene per tutta la composizione e l'eufonia dei versi è sempre sostenuta e ricca di variazioni, segno non solo dì buone letture ma anche di assimilazione dei metri poetici ai quali si accosta questo giovane poeta e segno soprattutto della ricerca di una propria orìginale strada dove confluiscano le lezioni stilistiche che partendo dal romanticismo (quale Poeta non dà tributo a questo modo di essere e di esprimersi?) attraverso il simbolismo e l'ermetismo giungono fino al neo-classico. Entro questi canoni scorrono i versi pregnantì di Domenico Turco, ora luminosi e sfavillanti, ora oscuri e ambigui.
Ma si sa che la poesia si nutre di tutto questo (di luce e di ombra) come la vita alla quale Domenico è aggrappato come un soldato al fronte, con la determinazioiie di ogni ogni uomo che riconosce in sé la forza di una Ragione o di una Fede che lo spinge a lottare. 


Corrado Di Pietro

Commenti

Post popolari in questo blog

IL PENSIERO DI RENE' GIRARD

Racconto di Natale